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Sardegna, il paradiso dei suicidi

«Pare che la nostra isola sia la regione dove si consumano più psicofarmaci e con il più alto numero di persone obese e di persone depresse. Eppure la nostra isola è una delle mete più ambite dai turisti»

 

 

di Simone Maulu

SimoneMauluSardegnaParadiso
Simone Maulu e il paradiso ambientale della Sardegna

Il suicidio è un argomento delicato e va trattato con la delicatezza che merita. Dietro il suicidio ci possono essere motivazioni infinite e cause che spesso chi ritiene il suicidio come atto sbagliato a prescindere, non può nemmeno capire per questo non voglio soffermarmi sul caso specifico. Molti condannati a morte, per esempio, preferivano suicidarsi piuttosto che farsi uccidere mantenendo fino all’ultimo l’orgoglio e la dignità. Seneca invece riteneva il suicidio espressione di estrema libertà.

Alcuni dei fattori che pare spingano le persone al suicidio sono la disperazione, la perdita di piacere nella vita, la depressione e uno stato di progressiva impotenza.

Leggendo gli ultimi dati Istat riguardanti la Sardegna, pare che la nostra isola sia la “Regione d’Italia” (se così vogliamo definirla) dove si consumano più psicofarmaci nella fattispecie prozac, dove abbiamo il più alto numero di persone obese e di persone depresse. Inoltre siamo anche la “Regione” con il più alto tasso di suicidi. Quindi non si tratta più di casi isolati ma di un problema sociale.

Tutti questi primati negativi dovrebbero essere un forte campanello d’allarme per la nostra classe dirigente che invece pare essere sorda e priva di sentimenti umani. Questo è il prezzo che si paga quando si è governati da tecnici che basano il loro agire su calcoli meramente numerici a differenza del politico, quello vero, che dovrebbe avere contatti frequenti con la vita reale e dei principi umani e non solo matematici.

Ma non bisogna essere degli scienziati per capire che ci troviamo all’interno di un paradosso. La Sardegna, paradiso terrestre tra le mete più ambite per i turisti grazie al suo clima e alle sue bellezze naturali, terra ricca di storia e tradizioni, dove ancora gli abitanti trasmettono un calore umano ormai sempre più raro da trovare, soprattutto per chi viene dalle metropoli. Isola al centro del mediterraneo dove il viaggiatore riesce ancora a trovare un equilibrio tra uomo e natura. Una terra quasi terapeutica per coloro che vivono in grandi città, ipertrofiche e veloci dove le persone non sono più persone umane ma semplicemente consumatori, pezzi di un meccanismo più grande che gira veloce e non ti lascia più tempo per pensare, rischiando di portarti alla depressione o peggio ancora al suicidio. In Sardegna no. Perlomeno nell’immaginario comune del viaggiatore, è la terra dove gli abitanti sono padroni del proprio tempo, del proprio ritmo di vita, della propria felicità. Una terra dove chi ci vive è davvero fortunato.

Terra potenzialmente ricchissima, territorio molto vasto con appena 1.600.000 abitanti, molto bestiame, terra coltivabile in abbondanza, mare stupendo, montagne mozzafiato, pianure produttive. Un’isola che potrebbe senza alcun problema soddisfare il proprio fabbisogno alimentare senza dipendere dal mercato esterno che ci inonda di porcherie. Un’isola dove tutti potrebbero davvero stare bene lavorando quattro ore al giorno e diventando davvero padroni del proprio tempo, che come diceva ieri Seneca e oggi Mujica, è la cosa più preziosa che abbiamo perché il tempo non si può comprare e la vita pian piano se ne va e dobbiamo cercare di viverla a pieno dandole un senso, qualsiasi esso sia. Non possiamo lasciarla volare via così. Senza darle valore. Una terra che potrebbe essere un esempio vivente che tutto questo è possibile davvero.

Allora la vera domanda che dobbiamo porci credo sia: perché in Sardegna le persone si suicidano? Perché in quest’isola siamo tristi e depressi e andiamo a ricercare la felicità chimica negli psicofarmaci, mentre gli stranieri vengono qui a curarsi? Perché viviamo questo ergastolo trasparente che ci ha trascinato in un vortice negativo e mortifero e in un’apatia quasi totale.

Se queste domande non se le pone la nostra classe dirigente, dovemmo iniziare a porcele noi. E le risposte non credo possano essere quelle di mettere le barriere nel ponte per evitare che le persone si suicidino, ma credo siano molto più profonde.

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