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“Rigoletto”, il miglior Verdi

Ottime le interpretazioni del baritono Vladimir Stoyanov e del soprano polacco Aleksandra Kubas-Kruk. Al Teatro Comunale di Sassari il bell’allestimento di Gavazzeni e Maranghi

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Foto di Elisa Casula

Sassari. Un allestimento semplicemente bello e una resa musicale che ha decisamente convinto. Il “Rigoletto” andato in scena venerdì scorso (in replica, come sempre, domenica pomeriggio) ha restituito le sensazioni dell’opera lirica classica, quella dei grandi nomi del passato. Il capolavoro verdiano, terzo titolo della stagione 2018 dell’Ente Concerti Marialisa De Carolis, è stato proposto in una coproduzione con la Fondazione Teatro Coccia di Novara.

Opera in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, il “Rigoletto” apre la cosiddetta Trilogia popolare del compositore emiliano, che comprende anche “Il Trovatore” e “La Traviata”. Tratto dal dramma di Victor Hugo “Le Roi s’amuse” (“Il re si diverte”), “Rigoletto” fu rappresentato con successo la prima volta al Teatro La Fenice di Venezia nel 1851. Per evitare la censura austriaca l’originale corte francese fu trasformata in quella più innocua del Duca di Mantova, all’epoca non più esistente. In un ambiente nel quale dominano feste e comportamenti libertini si muove un buffone di corte, oltraggiato dai nobili amici del Duca; l’unico personaggio innocente è la figlia Gilda, sulla quale ha messo gli occhi lo stesso Duca.

I registi Paolo Gavazzeni e Piero Maranghi hanno proposto un allestimento che a tratti ha ricordato le ambientazioni decadenti manieriste ma anche caravaggesche. Un quadro dedicato al XVI secolo, con riferimenti iniziali anche a una Pietà, inserito in una cornice che ha coperto interamente i lati del palcoscenico. Qui dentro si sono mossi i personaggi, con un momento solo, nel II atto, nel quale i coristi sono usciti all’esterno. Un mondo insomma consegnato alla storia, con i bei costumi di Nicoletta Ceccolini, le scene scarne (forse troppo, questo l’unico elemento di teatro contemporaneo) di Leila Fteita e le luci di Tony Grandi, che creavano dei chiaroscuri molto accentuati, nei quali a tratti i volti rimanevano poco illuminati e lugubri.

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Foto di Elisa Casula

Un allestimento convincente e classico, finalmente lontano da tante, ormai troppe, rivisitazioni in chiave contemporanea da parte di registi spesso musicalmente analfabeti e guidati solo da spirito provocatorio, e che ha permesso di valutare e apprezzare con serenità la parte musicale dell’opera. Davvero bravo il protagonista, il baritono di origine bulgara Vladimir Stoyanov, nel ruolo di Rigoletto (stavolta poco deforme, quasi senza gobba e solo un po’ claudicante). Una maschera classica la sua, che nelle smorfie del viso in alcuni momenti ha ricordato il grande Leo Nucci, il Rigoletto moderno per antonomasia. Bella voce e grande interprete, Stoyanov ha conquistato il pubblico, soprattutto nella celebre “Cortigiani vil razza dannata”, ben cantata. Decisamente positiva anche la prova del soprano polacco Aleksandra Kubas-Kruk nel ruolo di Gilda: in “Caro nome” la voce era cristallina, con un’emissione negli attacchi e nei portamenti palesemente alla Gruberova (caratteristica ben riconoscibile da chi conosce lo storico “Rigoletto” di Ponnelle del 1982, con il grande soprano slovacco nel ruolo di Gilda e il Pavarotti migliore di sempre in quello del Duca) e invece lontana dal modello scaligero della Callas. Tanti applausi (ma comunque nessun bis richiesto) per i due personaggi principali. E il Duca di Mantova? Bisogna essere sinceri. Il tenore Giulio Pelligra non ha convinto. Soprattutto nel primo atto. Voce sicuramente pulita, ma che è sembrata peccare di elasticità e dinamismo. “Questa o quella per me pari sono” è sembrata a tratti confusa, mentre in “La donna è mobile” non è riuscito a dare quell’interpretazione trascinante che ci si aspetta da un brano così famoso; bene invece nel resto dell’opera, in particolare nei pezzi che richiedono una prova più intensa e meditata.

Il cast era completato dal sardo Francesco Leone (il Conte di Ceprano/un Usciere), da un ottimo Andrea Comelli (Sparafucile), da Sofia Janelidze (Maddalena), da Serena Muscariello (Contessa di Ceprano/Giovanna), da Fulvio Fonzi (Monterone) – al quale nel primo atto, poco prima della proclamazione della “maledizione”, è mancata la voce per alcuni secondi –, Stefano Marchisio (Marullo), Didier Pieri (Borsa) e la sassarese Veronica Abozzi (Paggio).

A dirigere l’Orchestra dell’Ente Concerti un energico Matteo Beltrami, che dopo un avvio incerto nel preludio (soprattutto nell’accordo finale chiuso con eccessiva fretta) e nella scena iniziale, troppo veloce e nervosa, si è poi ripreso. Non è stata però pienamente convincente la scelta di stringere o allungare i tempi più del dovuto: nel complesso riuscita, ma non in “Cortigiani vil razza dannata”, in cui, tra l’altro, l’eccessiva variazione di volume nell’accompagnamento degli archi è stata comunque compensata dall’ottima interpretazione di Stoyanov. Il Coro dell’Ente Concerti, per l’occasione tutto al maschile, è stato preparato come sempre dall’ottimo Antonio Costa.

Luca Foddai

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