Sesuja

Quattro idee sulla politica in Sardegna

Fatte da un cittadino sardo, italiano pro tempore, europeo. Seconda parte delle riflessioni di Michele Pinna per Sesuja. Dal passato una bussola per una nuova stagione

 

 di Michele Pinna

 

BandieraIn Sardegna, come non in altre regioni italiane, le ferite del Risorgimento, e le vicende storiche dell’appartenenza innaturale dell’Isola ad uno Stato fatto con le spade e con i fucili, ma l’originario risentimento per i tradimenti subiti da un’Italia matrigna, hanno dato vita nel tempo alla nascita di una dottrina e di una pratica politica originariamente autonominatasi “Quistione sarda” e poi sotto le bandiere del Partito Sardo d’azione, “sardismo”, nato dalle ceneri della prima guerra mondiale ad opera di Bellieni e Lussu, fino al più estensivo “autonomismo”: che nel secondo dopoguerra ha visto governare insieme sardisti e democristiani, poi sardisti, democristiani, socialisti, repubblicani, fino all’ultima edizione che ha visto nei primi anni Ottanta, governare insieme alle forze sardiste laiche e socialiste, anche il Partito Comunista italiano, con la Democrazia Cristiana all’opposizione. In Sardegna era caduto un tabù. Non sto ad analizzare nel merito le ragioni profonde del concretizzarsi di quelle possibilità politiche, gli aspetti anche positivi ed i limiti che pure ha avuto quella esperienza di governo; ma basta dire che molte cose erano oramai cambiate in Italia dal ‘73 in poi, e molte cose stavano delineando cambiamenti radicali negli scenari europei ed extraeuropei che avevano caretterizzato gli anni della “guerra fredda”.

Parallelamente – a queste tradizionali intese di governo, tra forze certamente antifasciste, tra forze che pur nella diversità delle storie ideali ed organizzative e nelle diverse sfumature che sono state in grado di conferire alla Sardegna una forte carica di rinnovamento sociale e politico, dentro le opportunità costituzionali di governare una regione a statuto speciale nel nome dell’autonomismo – nasceva nell’Isola, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del Novecento, sviluppandosi negli anni Ottanta, un fermento movimentista, solo apparentemente, d’ispirazione sardista; il linguaggio e i toni ma anche molti brandelli concettuali erano stati mutuati, piuttosto, dal linguaggio dell’anticolonialismo internazionale d’ispirazione terzomondista ed africanista, da letture come i “Dannati della terra” di Fanon, con parole d’ordine che oscillavano tra Che Guevara e Castro, con stili propagandistici che evocavano quelli di certa sinistra extraparlamentare, ma che avevano un loro radicamento negli ambienti urbani universitari e in alcuni circoli come “Su populu sardu, Città e campagna”. Poi – con la presenza di un personaggio singolare e di alta statura culturale e politica come l’architetto catalano-sassarese Antonio Simon Mossa, ex militante, dirigente e politico del PSd’Az, prematuramente scomparso – da quelle dell’indipendentismo scozzese e catalano (quest’ultimo ancora soffocato dal franchismo) che hanno avuto anche una loro eco e una loro fortuna editoriale, benchè scarsa e ininfluente sul piano politico, sotto il nome di “neosardismo”, in cui si riversavano diversi umori ideologici, spesso indistinti e confusi, dove l’unica cosa certa era l’antagonismo e il risentimento nei confronti di un PSd’Az filogovernativo e collaborazionista con i partiti italiani ed in particolare con la Democrazia Cristiana. Questo non senza una certa influenza, se pur indiretta, esercitata dal Pci in quegli anni, su questi movimenti che, comunque, cavalcavano l’onda dell’antagonismo sociale e dell’opposizione extraparlamentare ai governi regionali.

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Michele Pinna

Si è voluto far credere, e qualcuno ha fatto anche finta di crederci, che il parallelo successo elettorale avuto dal PsSd’Az nell’84 sia stato determinato dalla spinta di quei movimenti che, in gran parte, con il famoso congresso di Porto Torres, si sono riversati nel Partito dei quattro mori, nel tentativo, da parte dei quadri intellettuali movimentisti, di sostituirne la sua vecchia classe dirigente sardista. Successo che ha scatenato anche i sospetti dei servizi segreti, qualche arresto immotivato, Bainzu Piliu docet, e l’accusa da parte di qualche esponente politico di rilievo, in quegli anni, nei confronti del PSd’Az, di essere un partito di “mezzoterroristi”. In realtà si stava sgretolando il vecchio blocco di potere retto dalla Dc il cui elettorato era in parte confluito verso il rassicurante moderatismo del PSd’Az. Ma ciò che è mancato al movimentismo sardo è stata, invece, un’analisi matura e articolata dei valori, e con il tempo, per ragioni che definirei storiche, anche dei limiti, che l’esperienza autonomistica aveva accumulato su di sé.

Tra i valori positivi dell’esperienza autonomistica ritengo sia necessario cogliere il fatto che l’autonomismo sardo fu certamente molto di più di un semplice decentramento amministrativo e molto di più, almeno nei suoi contenuti e nei suoi orizzonti ideali e morali, dell’autonomismo siciliano, valdostano, friulano e trentino. L’autonomismo sardo fu, a mio avviso, nei suoi enunciati e nei suoi programmi, un autonomismo di levatura statuale, di ampio coinvolgimento popolare e di massa, inibito purtroppo dai limiti istituzionali che erano alla base del regionalismo stesso ma direi alla base della stessa natura dello Stato italiano, di cui il regionalismo, speciale o no, è figlio. Non si deve dimenticare mai che il Risorgimento italiano ha dato vita ad uno Stato centralistico-giacobino, non ad uno Stato nascente dal basso, d’ispirazione comunitaria e federalista, presupposto fondamentale, questo, per avviare, poi, nelle regioni e dalle regioni, la vera costruzione del patto fra gli italiani, ma anche tra gli europei, nel rispetto reciproco di storie, tradizioni, vocazioni produttive, geografie differenti. Questo è stato il grande sogno dei Bellieni, dei Lussu, degli Spinelli, purtroppo impigliatosi nel tessuto statual-centralista, che ha reso evanescenti, sul piano pratico le trame della strategia sardista ma direi anche di quella autonomista sia cattolica che laica e socialista, e di quella federalista in genere.

Pensare, ad esempio, un progetto d’industrializzazione come transito verso la modernità, nei primi anni Sessanta, persino d’industrializzazione petrolchimica – in anni in cui la chimica primeggiava nei mercati mondiali, che ha visto insieme sardisti e democristiani, progetti a cui nessuno si oppose, e del quale, certamente, non si potevano prevedere i risultati postumi, a cui tutti abbiamo potuto assistere, sia sul piano economico che su quello ambientale, dovuto non solo a cause strutturali ma anche di malgoverno e di congiunture legate alla volontà degli uomini, e alle congiunture del mercato – era comunque un pensare da statisti. Era un pensare simile a quello di un Cavour in Piemonte, nell’Ottocento, o a quello di un Giolitti nell’Italia del primo Novecento, dinanzi ai grandi paesi europei proiettati verso le grandi opere infrastrutturali e verso la crescita economica fondata sulla produzione industriale.

Nella Sardegna di quegli anni era un pensare da statisti che avrebbe potuto dare all’Isola più indipendenza, più sovranità e più capacità autodeterminativa delle scelte assistenziali legate ai finanziamenti, spesso improduttivi e inutili, della Cassa per il mezzogiorno, a cui hanno attinto a piene mani imprenditori e amministratori per la creazione di scempi, e di mostri in cemento armato.

Oggi, con il senno del poi, si potrebbe anche dire che quelle scelte industriali si rivelarono sbagliate, si rivelarono perdenti; ma con il senno del poi lo si potrebbe dire per tutta l’Europa. Il fiorire di una coscienza critica nei confronti di uno sviluppo economico basato sulle monoculture industriali, volute da un capitalismo disumano e privo di scrupoli, di un capitalismo avventuriero e rapace, alla ricerca di danari pubblici da spendere e spandere in nome di migliaia di posti di lavoro, non curante dell’ambiente e dei ritmi dell’uomo, trasformato in macchina e in merce al pari di altre merci, certamente, ha esposto ad un giudizio critico anche le scelte di politica industriale portate avanti in Sardegna dalle giunte autonomiste, dalle giunte sardiste, dalle giunte di sinistra. E d’altra parte non si può fare a meno di prendere atto che il presente è figlio sia di quelle scelte che delle critiche che sono state mosse a quelle scelte.

Ecco, allora, perché oggi alla politica sarda, ad una politica che voglia essere veramente popolare e, senza retorica alcuna, di unità nazionale, non giova né il purismo né il “voi avete sbagliato noi no”. Ciò non vuol dire che ognuno non deve assumersi le sue responsabilità, per gli errori che sono da imputare a responsabilità soggettive. Ecco perchè, ad esempio io trovo sterile e inutile, sotto il profilo dell’unità dei sardi, per la rinascita ed il riscatto nazionale della Sardegna, il gesto di chi accusa e di chi lancia sfide unitaristiche ponendo paletti. «No a chi sta con le forze italianiste»; «No a chi sta con quello», «No a chi sta con questo», quando l’unica bussola dovrebbe essere quella delle cose da fare e dei programmi. Domanda: Qual è oggi il programma di sviluppo industriale per la Sardegna? Si viaggia ancora sull’usato e alla bella meglio si cerca di rattopare quello che c’era. Non è una critica all’assessore Maria Grazia Piras né alla Giunta Pigliaru ma è la denuncia ad un’assenza progettuale direi trentennale. Ed è un’assenza che non può essere colmata neanche dall’attivismo, pure encomiabile, dell’assessore ai Lavori pubblici che si prodiga per tutelare, se pur con sacrificio di tutti, il bene prezioso dell’acqua pubblica, e portare a termine alcune opere vergognosamente procrastinatesi irresponsabilmente per anni, senza alcuna ragione, se non quella dell’indolenza e della noncuranza, per tacer d’altro.

Ecco perchè oggi non è più tempo di parlare né di maggioranze pregiudizialmente di destra o di sinistra, con grande rispetto per chi ritiene di essere di sinistra o di destra, indipendentista, o altro; né di maggioranze pregiudizialmente indipendentiste o antiindipendiste, ma di maggioranze autorevoli, capaci di farsi rispettare e capaci di portare la Sardegna verso gli orizzonti che i sardi attendono. Non sembri questo un amiamoci e un uniamoci gratuito. Alcune cose vanno dette e alcune scelte dovranno essere fatte. Su queste mi soffermerò la prossima settimana.

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