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Lingua sarda, Regione “accabadora”

La figura dell’esperto, extra elenco, poteva essere un contributo indispensabile

Foto tratta dalla “Festha di la linga sassaresa” di qualche anno fa. Scuola primaria di San Giuseppe, Sassari

La Regione con la nuova legge n. 22 del 3 luglio 2018 sulla lingua sarda avrebbe dovuto rivitalizzazione la voce autentica dei sardi, ma, come si dice in sardismo giovanile, la sta invece “accabando”, ossia togliendole la vita. Vale la pena ricordare che la Regione è guidata dal sardista Cristian Solinas, presidente anche del Partito Sardo d’Azione. E forse questo non è un particolare di poco conto. Nonostante ciò, la politica linguistica, ignorando completamente l’insegnamento del sardo nell’anno scolastico 2019-2020, si è rivelata stanca e asfittica già dal suo esordio. Un disinteresse che ha privato i nostri studenti dell’applicazione del diritto fondamentale di imparare e poter parlare, almeno in quelle poche ore di lezione, la propria lingua. Sono stati disattesi agli articoli 3, 6, e 21 della Costituzione e trasgrediti gli stessi principi che la legge 22 sancisce all’articolo 1, e cioè: “La Regione assume l’identità linguistica del popolo sardo come bene primario e individua nella sua affermazione il presupposto di ogni progresso personale e sociale”. Un problema, si dirà più tardi, dovuto alla mancanza dell’istituzione dell’elenco regionale dei docenti di sardo, sassarese, catalano di Alghero e tabarchino. Le cose si fanno con calma in Sardegna, ma finalmente ora è pronto, nel pieno rispetto della “razionalizzazione, efficacia e efficienza”, è l’articolo 2! I requisiti per essere in lista, quindi la possibilità di insegnare sardo qualche ora la settimana per alcuni mesi, sono misurati dall’iscrizione a una classe di concorso per la docenza, la cosiddetta graduatoria, quindi essere laureati, abilitati, oppure essere già insegnanti, o aver lavorato per tre anni con la 482 dello Stato, o ottenere la certificazione linguistica rilasciata da soggetti pubblici. La situazione d’emergenza per il pericolo di estinzione del sardo, o del sassarese minacciato più gravemente, avrebbe dovuto richiedere criteri aggiuntivi da parte della Regione. Scompare, di fatto, la figura dell’esperto che non ha le prerogative previste dalla nuova disposizione, anche se ha insegnato sardo, o sassarese, per anni con progetti finanziati e riconosciuti dalle leggi 26 e 482 (ma non per tre anni), e un buon curriculum. Il risultato è che su 145 abilitati, solo quattro lo sono per il sassarese, due per il gallurese e nessuno per il dialetto ligure, il cosiddetto “Tabarchino”. Gode di ottima salute l’algherese, grazie anche al forte sostegno della Catalogna, con ben 38 docenti, quasi un terzo del totale. Sono quindi ridotti appena a 101 quelli di lingua sarda, divisi tra il “logudorese” e “campidanese”.

È evidente che occorre un cambiamento politico radicale che fronteggi, con una task force, o una Fortza Paris per dirla alla Solinas, la grave situazione in cui versa la nostra lingua, purtroppo ancora proibita, nonostante le leggi a tutela, all’interno della scuola. Quel territorio italiano nel quale i nostri bambini e ragazzi non sono ancora liberi di esprimersi in sardo perché osteggiati da insegnanti che negano, quando si presenta, persino il loro stato di bilinguismo. È capitato anche con i miei figli: «Il sassarese è un dialetto e non una lingua, quindi non sei bilingue». Se ancora nelle scuole non si è capito che essere bilingue prescinde dal fatto che un idioma sia riconosciuto o meno, ma è dato dalla conoscenza e padronanza di due codici linguistici, conferma che la politica linguistica scolastica in Sardegna è una farsa. Siamo ben lontani da quell’obiettivo democratico, tanto caro a Tullio De Mauro, valido a dare dignità e rispetto ai nostri studenti. Lo spazio per respirare sardo è affidato ai pochi progetti di pochi insegnanti. Anche per questo la figura dell’esperto, extra elenco, poteva essere un contributo indispensabile per la liberazione del sardo, quale che sia. La nomina degli insegnanti funziona diversamente se i progetti sono presentati con la 482 dello Stato “oppressore”, il quale lascia alle istituzioni scolastiche locali autonomia nell’assunzione di norme idonee alla realtà linguistica da tutelare.

Fabritziu Dettori

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