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La scuola pubblica tra Scilla e Cariddi

Da una parte infuria la progressiva e inarrestabile distruzione del ruolo sociale dei docenti. Dall’altra, l’incalzare di pseudo-riforme disorganiche. La nota di Antonio Deiara

Naviga in cattive acque, la Scuola Pubblica della Repubblica Italiana. Rischia il naufragio, travolta dalla furia post-omerica di “Scilla e Cariddi”. Da una parte infuria la progressiva e inarrestabile distruzione del ruolo sociale dei docenti delle Scuole di ogni ordine e grado, fino agli oltraggi alla dignità e gli attacchi alla loro incolumità perpetrati da genitori e alunni troppo spesso impuniti. Dall’altra, l’incalzare di pseudo-riforme disorganiche, sia in termini organizzativi che didattici, e “punitive” nei confronti degli insegnanti, bollati come incompetenti e pelandroni. Anziché aprire al dialogo con le donne e gli uomini di Scuola, che tutti i giorni stanno nelle trincee dell’istruzione e dell’educazione delle nuove generazioni, calano dall’alto o sbocciano nei giardini di soggetti privati, forse interessati a fagocitare le risorse economiche disponibili, idee prive di fondamento pedagogico e metodologico-didattico. Sosteneva Piero Calamandrei: “[…] E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. […] Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime. […]”. Settantadue anni dopo, l’attualità del pensiero di Calamandrei è adamantina. Diversi sindacati, proni al Ministro dell’Istruzione pro-tempore, sembrano tesi a difendere il loro orticello, anziché ascoltare maestre e professori, strutturare una nuova visione della Scuola 3.0 e battersi gesuiticamente “Perinde ac cadaver” per la rinascita della Scuola Pubblica. Vi sono partiti politici che votano presunte riforme innovative della Scuola, mascherate da un caleidoscopico e sterile aggiornamento continuo, da affidare a presunti Super-Formatori. Scriveva Giovenale: “Sed qui custodiet ipsos custodes?”.

Formulo la prima proposta di vera Riforma della Scuola, che il Ministro dell’Istruzione potrebbe sottoporre al voto, utilizzando la posta istituzionale a disposizione di ogni docente:

Siete favorevoli alla possibilità di scegliere tra l’attuale “Funzione Docente” e una nuova “Funzione docente” caratterizzata da 36 ore settimanali onnicomprensive, con la conferma dell’attuale orario di cattedra, le ferie uguali a quelle degli altri dipendenti pubblici e le retribuzioni equiparate a quelle europee, a partire dal nuovo Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro?

Ci sarebbero altri temi di discussione ma, come dice un antico proverbio, il meglio è nemico del bene. Per ora, sarebbe sufficiente partire dal “bene” della Scuola, dato che il “male” rivolto contro quest’ultima conta non pochi paladini…

Antonio Deiara

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