Spettacoli

La misteriosa scomparsa di W

Giovedì e venerdì al Teatro Comunale di Sassari Ambra Angiolini protagonista. Prima regionale nell’ambito del XXXV Circuito Teatrale Regionale Sardo del CeDAC del monologo al femminile di Stefano Benni

 

AmbraAngioliniLamisteriosascomparsa.jpgSassari. Una fiaba moderna – con la cifra poetica e ironica di Stefano Benni – per Ambra Angiolini, protagonista de “La misteriosa scomparsa di W”, in tournée nell’Isola sotto le insegne del CeDAC nell’ambito del XXXV Circuito Teatrale Regionale Sardo: l’attrice (in questi giorni di nuovo sul grande schermo – dopo il fortunato esordio in “Saturno Contro” di Ferzan Ozpetek – ne “La scelta” di Michele Placido, da “L’innesto” di Pirandello, e nella commedia “Ti ricordi di me?” di Rolando Ravello – da aprile nelle sale) incarna sulla scena un’incantevole signora V, alle prese con il senso di vuoto, la vertigine e lo smarrimento alla fine di un amore.

La giovane donna – segnata da una nascita favolosa, avvenuta sotto i migliori auspici, e capace di un’infinita meraviglia, di un eterno stupore davanti allo spettacolo dell’universo – è ora costretta dalle circostanze a confrontarsi con l’amara verità: la felicità non è un obiettivo facile da raggiungere, e la sua inquietudine, il senso d’insoddisfazione, e di inadeguatezza, quel velo di melanconia che avvolge le sue giornate sono il frutto di una crescente consapevolezza di ciò che la circonda, di una realtà dove vige la regola del più forte, e non si contano le ingiustizie, le sopraffazioni, le guerre ad ogni angolo del pianeta.

La pièce – un originale monologo al femminile nello stile comico e surreale dello scrittore bolognese – dopo il debutto in prima regionale mercoledì 8 aprile alle 21 all’Auditorium Comunale di Arzachena approderà giovedì 9 e venerdì 10 aprile alle 21 al Teatro Comunale di Sassari e infine sabato 11 aprile alle 20.30 sarà in scena al Teatro Eliseo di Nuoro.

Nell’interrogarsi sul presente e sul futuro, l’eroina della storia inventata da Stefano Benni, e narrata nello stile immaginifico dello scrittore e drammaturgo, abile nell’evocare tra le righe, con pochi sapienti tratti, tutto un microcosmo, ripercorre i momenti salienti del suo pur breve passato, dall’istante in cui venne alla luce, con tutta la forza messianica di una piccola dea portatrice di gioia, e l’energia di una minuscola rivoluzionaria destinata a cambiare le sorti di un’umanità troppo facilmente rassegnata, e quindi a risvegliare sentimenti sopiti e la sensibilità appannata di giovani e anziani. Un’ondata travolgente di vitalità e allegria sembrava sortire con la sua nascita: la Terra intera in festa pareva pronta ad accogliere la tenera e dolce creatura, per avvolgerla con il suo materno abbraccio: l’arrivo di un nuovo cucciolo della specie in fondo dovrebbe suscitare quell’estasi, quel gaudio che fa spesso parte, tra mille aneddoti, di una ricca e varia storia familiare.

L’infanzia – l’età dei giochi – è o dovrebbe essere protetta dal male, da quella che Dostoevskij definì la “sofferenza inutile”, e fiorire nell’alveo protettivo dell’affetto, della dolcezza, della comprensione: in quei primi anni si plasma il carattere della donna futura, dell’uomo di domani, la mente avida di sapere si nutre d’informazioni, fa tesoro delle esperienze, si forma il primo nucleo di una coscienza privata e civile sulla base dei modelli reali e ideali. Le prime letture, e il cinema, la musica, la danza, schiuderanno nuovi universi meravigliosi davanti agli occhi del fanciullo, o della fanciulla, gli offriranno i loro doni preziosi, gli instilleranno il sentimento della bellezza.

Nella realtà spesso quella quiete viene infranta, l’eco vicina o lontana, talvolta vicinissima, delle guerre sconvolge la quotidianità, moltiplica le ferite sull’anima (e sul corpo), lascia segni profondi, e un seme di tristezza in chi conosce troppo presto il lato oscuro del cuore dell’uomo – e quelle differenze economiche e sociali, politiche e geografiche, sanciscono un’ingiustizia, condannano degli innocenti a scontare le colpe commesse da altri, a pagare a caro prezzo il vizio, la depravazione, l’insensibilità, l’egoismo altrui.

La deliziosa signora V – al contrario – non obbedisce alle normali regole della convivenza umana, sembra ignara di quella naturale legge darwiniana, la sua esistenza si è svolta con leggerezza e grazia, la sua indole gentile ha vinto apparentemente sul regno delle ombre, nessuna cattiveria, nessuna traccia di egocentrismo o autocompiacimento nel suo soave cammino sulla terra; o più semplicemente, incapace di pensare il male, ella non si è accorta delle bassezze, delle viltà, degli inganni, e ha continuato a danzare, lieve, sulla linea del tempo.

Il suo sorriso non poteva che essere luminoso, la sua bellezza radiosa, la sua giovinezza splendente; eppure in un angolo di quel giardino incantato che era la sua vita, si celava, quieta, la malinconia, insieme con la consapevolezza della durata effimera dell’esistenza, e il ricordo di persone care sparite troppo presto, e del perduto orsetto, e ora quello dell’indegno fidanzato, ormai lontano. Il trauma inatteso della fine della storia d’amore – non proprio esaltante, a dir la verità – con lo scomparso Wolmer (ancora in vita ma certo dimenticabile) risveglia in V il bisogno di capire e di comprendere se stessa, le proprie ambizioni, i desideri più autentici, i sogni e le aspirazioni più intime e segrete, ma anche l’ansia di verità e giustizia.

Una donna “normale” ma non (più) una donna qualunque: nell’indagare il rapporto tra sé e il mondo, V riscopre quella purezza originaria, quell’innocenza non ancora deturpata dell’infanzia, insieme al senso di responsabilità di una persona finalmente adulta e in grado di affrontare delle scelte, di seguire il proprio istinto e la propria ragione, di far la propria parte per cercare di realizzare un mondo migliore – senza troppo illusioni ma senza arrendersi al disincanto.

“La misteriosa scomparsa di W” è quindi un affascinante viaggio nella psiche femminile, e più in generale nell’animo umano, alla maniera satirica e irriverente di Stefano Benni, che restituisce un affresco tragicomico di quel che siamo (o che avremmo potuto essere), attraverso un monologo sorprendente, divertente, perfino commovente, in cui affiorano valori e ideali dimenticati, e la libertà di sognare ad occhi aperti una società civile e più giusta, di lasciarsi guidare dalla luminosa visione dell’utopia.

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