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Il giorno del ricordo, le foibe da non dimenticare

Venerdì scorso anche Sassari ha ricordato la tragedia avvenuta al termine della II Guerra Mondiale. Il futuro nell’Europa. L’intervento del consigliere comunale Mario Pala

 

 

di Mario Pala

MarioPala
Mario Pala

Il Giorno del ricordo è una solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92[1] essa vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

Per alcuni anni l’istituzione del giorno del ricordo è stato vissuto da una parte dell’opinione pubblica italiana, in particolare della sinistra radicale, come una compensazione all’istituzione del giorno della memoria in ricordo della Shoah, celebrato 2 settimane fa in questo Consiglio Comunale. Così non è. Quando nel marzo del 2004 prima la Camera e poi il Senato approvarono a larghissima maggioranza la legge 92 che istituiva la “giornata del ricordo”, il Parlamento realizzava uno dei suoi atti più elevati e significativi, colmando, finalmente, un debito di riconoscenza verso la memoria delle migliaia di italiani che rimasero vittime di una violenza cieca e brutale da parte delle autorità iugoslave.

Giorno del Ricordo, Sassari commemora le foibe. Seduta solenne del Consiglio comunale. Gli studenti dell’Istituto comprensivo del Monte Rosello alto hanno raccontato la storia degli esuli istriani, dalmati e fiumani. Il servizio di Canale 12

Sulle foibe, in particolare, è calato un muro di silenzio. Si è voluto nascondere e si è preferito non parlare. Perché questa scelta? Lo ha spiegato bene l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che tanto si è impegnato nel dare valore alle celebrazioni del 10 febbraio, nel suo discorso del 2007 […]. Disse allora Giorgio Napolitano che dobbiamo assumerci la responsabilità di “aver negato, o teso ad ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali”. Pregiudiziali ideologiche insieme a calcoli diplomatici. Ecco che cosa ha impedito che si parlasse delle foibe e dell’esodo cui furono costrette tante famiglie di italiani, in quella che è stata definita una vera e propria “pulizia etnica” – una definizione che è un altro macigno – perpetrata dalle autorità Jugoslave».

Certo dal dopoguerra fino al 1989, anno del crollo del muro di Berlino, c’era la guerra fredda e cioè quella fase storica, lo dico per i ragazzi qui presenti, che ha visto contrapposti il Blocco Sovietico da una parte e la NATO dall’altra, basato sull’equilibrio del terrore. La Iugoslavia di Tito fondando il movimento dei non-allineati, e cioè di quei paesi che non si riconoscevano né nel blocco sovietico né nella NATO, svolse un’attività diplomatica di mediazione e di dialogo fra i due blocchi acquisendo a livello internazionale notevole rispetto e prestigio politico molto importante, tant’è che al funerale del Maresciallo Tito, avvenuto l’8 maggio del 1980 parteciparono delegazioni di 127 paesi su 154 allora riconosciuti dalle Nazioni Unite, e rappresenta tuttora, in termini di partecipazione, il più grande funerale di un capo di stato della storia dell’umanità. In questo contesto era obiettivamente difficile aprire un contenzioso, seppur legittimo, con la Iugoslavia

Certo la pulizia etnica operata dalle autorità iugoslave nei confronti degli italiani conobbe livelli ancora più efferati, in tempi recenti, tra le varie nazionalità che componevano quella che un tempo era la Iugoslavia, dissoltasi nel 1990 e alla quale seguì una guerra tra le più sanguinose e brutali nel cuore dell’Europa alla fine del secolo scorso (1991-95) alla base della quale c’era l’odio tra etnie e religioni diverse.

Che cos’hanno in comune la giornata del Ricordo e il giorno della Memoria? Non certo alimentare odi e rivalse nei confronti di chi si è macchiato di tali efferati delitti. Ma sicuramente acquisire la consapevolezza che quello che è stato, non deve più essere. Acquisire la consapevolezza che crimini così efferati, seppur distinti storicamente, ma accomunati dal disprezzo del diverso e della sua umanità, non debbano più ripetersi. Acquisire anche la consapevolezza che la pace tra i popoli non è mai un valore acquisito per sempre, ma che bisogna difendere, coltivare e promuovere con atti di solidarietà tra i popoli.

Ma lo scenario Mondiale attuale, purtroppo, non sembra stia andando in questa direzione, vedi l’America di Trump, la Brexit in Gran Bretagna, ed anche in Europa iniziano a soffiare venti pericolosi di populismo e di nazionalismo che attraversano i paesi dell’Est fino ad arrivare in Francia con Marine Le Pen e in Italia con esponenti politici che puntano sul populismo e razzismo per raccogliere consenso e voti.

Ecco allora che il 25 marzo di quest’anno assume un significato particolare la celebrazione del sessantesimo anniversario del Trattato di Roma dove i Paesi Fondatori dell’Unione Europea (Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Olanda e Lussemburgo) mettevano la prima pietra costituendo la Comunità Economica Europea che ha garantito innanzitutto un lungo periodo di pace tra Popoli e Stati che fino a dodici anni prima si erano combattuti reciprocamente in guerre sanguinose ed efferate.

Ma se il Trattato di Roma venne firmato da sei Paesi fondatori, dove ebbe un ruolo da protagonista l’Italia, lo dobbiamo a uomini i cui ideali si contrapponevano in modo netto ai nazionalismi, ai populismi e alle dittature che ne sono scaturite e che hanno dato luogo alla seconda guerra mondiale.

C’erano uomini che mossi da ideali di libertà, di democrazia e di solidarietà tra i popoli, pensavano, nel pieno divampare della seconda guerra mondiale, con l’Europa in fiamme, che un’altra Europa potesse un giorno esistere, che quello che allora appariva impossibile potesse un giorno realizzarsi.

«È perfettamente esatto, e confermato da tutta l`esperienza storica, che il possibile non sarebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile». A queste parole di Max Weber (sociologo, storico, 1864-1920, uno dei padri della sociologia moderna) si ispirò il pensiero e l’opera di Altiero Spinelli (Roma, 1907-1986), che fece di tutta la sua vita una battaglia in favore della costruzione di una Europa politica a modello federale. Ed è dall’isola di Ventotene, dove nel 1941 venne confinato insieme ad altri militanti antifascisti che cominciò la sua vera storia politica. Qui, infatti, scrisse insieme a Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschman, il cosiddetto “Manifesto di Ventotene” (Manifesto per una Europa libera ed unita) con il quale gettò le fondamenta del movimento federalista europeo che aveva come scopo la creazione di un’Europa federale, libera e unita.

Oggi l’Europa ha 27 membri +1 in uscita e in altri Paesi vi sono movimenti politici e partiti populisti e nazionalisti che si adoperano affinché si segua l’esempio della Gran Bretagna. Oggi più che mai, gli ideali di Altiero Spinelli sono attuali come antidoto contro i populismi e i nazionalismi per rilanciare l’ideale di un’Europa dei popoli, libera, democratica e federale e perché non si ripetano gli eccidi efferati del secolo scorso.

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