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Duecento anni fa nasceva Giovanni Antonio Sanna, sassarese

Deputato e grande imprenditore, ottenne la concessione della miniera di Montevecchio, fondò la Banca Agricola Industriale e permise l’apertura del museo nella sua città natale

Ricorre quest’anno il Bicentenario della nascita di Giovanni Antonio Sanna. Il presidente del Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna, il professor Tarcisio Agus, lo ricorda così.

 

Giovanni Antonio Sanna nasceva a Sassari il 29 agosto del 1819 e dopo duecento anni la figura dell’unico e grande imprenditore sardo dell’800, nonché fra i maggiori imprenditori dell’ottocento risorgimentale, desta nuovo interesse. Definito dal suo biografo Paolo Fadda, nella sua opera “L’uomo di Montevecchio”, un grande sardo, autentico “Capitano d’industria”, che cercò, durante la sua intensa e tormentata esistenza, di dare un volto nuovo alla sua isola, avviando, oltre la grande industria, le bonifiche ed una agricoltura moderna e razionale.

Dopo l’atto di nascita, a Genova, il 26 giugno del 1847, della “Società in accomandita per la coltivazione della miniera di piombo argentifero detta di Montevecchio” e la successiva concessione, a titolo perpetuo, il 28 aprile 1848, data dal Re Carlo Alberto, accampato sotto Peschiera, nella 1° guerra di indipendenza, Giovanni Antonio Sanna, per seguire la nascita del suo grande impero, si trasferì con tutta la famiglia a Guspini, ove nacque la sua terza figlia Enedina, divenendo consigliere comunale, prima della sua carriera politica da deputato, alla camera subalpina dal 1857 al 1865.

Con tre legislature alle spalle VI, VII e VIII fu un attento giornalista e strinse forti ed intensi rapporti con Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi nella stagione risorgimentale.

Da parlamentare si schiera apertamente a difesa della sua Sardegna, attaccando da subito le gravi inadempienze della “Rubattino” che deteneva il monopolio dei collegamenti marittimi con l’isola. Nel 1860 acquistò il giornale torinese “Il Diritto”, testata molto influente negli ambienti politici del tempo. Così come difese la sua Università, la più antica dell’isola, dalla volontà soppressiva del Ministero.

Da sardo cerca anche di spronare la propria isola a diventare un’autorevole interlocutore di Torino, conquistandosi una propria autonomia. Valori che condivideva con gli altri parlamentari sardi Asproni, Ferraccu, e Sulis. In quest’ottica pensava all’Italia unita che liberasse l’isola dall’influenza sabauda. Infatti il sostegno all’opera garibaldina dell’unità d’Italia, fu concreta, finanziando con i proventi della Montevecchio lo sbarco dei mille a Marsala.

Così pure, per le stesse ragioni sostenne, anche economicamente, l’opera di Giuseppe Mazzini, “Giovane Italia”. Il suo grande lavoro parlamentare non lo distrasse dalla sua intrapresa a Montevecchio, e dopo le tormentate vicissitudini giudiziarie, con il prete Pischedda che accampava diritti sulla concessione, vi rientrava nel novembre del 1863. L’atteso ritorno del Sanna, fu salutato dai circa 700 addetti e numerose famiglie, che già si erano trasferite nella amena località, con grandi festeggiamenti. Fu il preludio per il rilancio della miniera e l’attuale assetto dell’antico borgo minerario, con una strada carrabile per Guspini, la costruzione dell’ospedale in miniera e l’edificazione di un grande santuario dedicato a Santa Barbara, di cui restano le tracce nelle fondamenta del palazzo Sanna – Castoldi e successivamente direzione della miniera. Amante dell’arte e dell’archeologia, impegnò ingenti capitali nel loro acquisto, donando poi la sua vasta collezione alla sua città natale, oggi museo “Sanna”.

Per sostenere il comparto agricolo dell’isola fondò nel 1871 la Banca Agricola Industriale Sarda, nella speranza di incoraggiare i sardi ad uscire da su connottu e perseguire nuovi obbiettivi di sviluppo.

Montevecchio era per lui l’esempio e non poteva starne lontano per molto tempo, così ogni volta che vi rientrava, ampliava la rete delle gallerie e il piccolo centro abitato con ulteriori apporti innovativi, sia tecnologici che costruttivi. Affiancò al nascente ospedale altre strutture, come la foresteria e l’ufficio postale, progettò e tracciò la ferrovia Montevecchio – San Gavino, per l’interconnessione con le ferrovie reali, per il trasporto dei minerali ed istituì la “Cassa soccorso”, destinata ad assistere gli operai, curargli gratuitamente e riconoscergli gli infortuni. Aprì altri pozzi e realizzò l’altra laveria “Sanna” a ponente, portando Montevecchio e la sua intraprese fra le più importanti d’Europa, al cospetto delle altre imprese minerarie sarde, oggi diremo, gestite da multinazionali estere.

Il grande mecenate sardo purtroppo non poté assistere direttamente la grande crescita della sua miniera, che già nel 1873 raggiungeva i 1500 addetti. La sua cagionevole salute e l’intricata vita familiare lo porterà nel suo ultimo rifugio, nella città di Napoli, dove ormai, fiaccato dalla malattia mise in atto l’ultimo suo volere, pensando all’amata Montevecchio.

Affidò le sorti della miniera ad Alberto Castoldi, valente ingegnere minerario, da lui stesso incoraggiato e sostenuto finanziariamente negli studi a Freyberg che sposò l’ultima sua figlia, Zely. Giovanni Antonio Sanna morì, all’età di 55 anni, a Roma il 9 febbraio 1875.

Prof. Tarcisio Agus

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