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Dinamo, se Tillman è questo abbiamo un problema

La sconfitta con Brindisi ha messo in evidenza le difficoltà di un giocatore che finora è la più grossa delusione in rapporto alle aspettative che si riponevano su di lui. Il punto di Aldo Gallizzi

L’analisi a caldo di coach Poz dopo la meritata sconfitta casalinga contro la lanciatissima Happy Casa Brindisi del poco simpatico ma molto bravo Frank Vitucci, ha messo in evidenza alcuni aspetti che sono sotto gli occhi di tutti e che necessariamente non possono essere sottovalutati. Essere letteralmente asfaltati a rimbalzo da un’avversaria che, per di più, mancava del proprio miglior rimbalzista è un dato che non può essere sottovalutato, anche perché non è la prima volta che accade. Negli ultimi anni ci eravamo tutti abituati male o, per meglio dire, troppo bene. Con i vari Cooley, Thomas, Polonara, Pierre e Evans erano sempre stati azzeccati gli uomini e le combinazioni giuste da questo punto di vista, senza considerare la presenza di esterni più dinamici e sicuramente maggiormente predisposti a dare una mano ai lunghi in questo fondamentale. Quest’anno invece il campo sta dicendo che nelle scelte fatta in sede di costruzione del roster, probabilmente qualche errore di valutazione è stato commesso. Quando le cose non girano il problema non è mai o quasi un singolo giocatore, bensì una serie di fattori e di incastri ma di sicuro per affrontare la situazione da qualche parte si deve pur iniziare e se Justin Tillman è quello che si è visto finora, allora è chiaro che questo è un problema che in qualche modo va risolto. Con tutte le attenuanti del caso per la storia recente del giocatore, probabilmente sarebbe il caso (sempre che non lo si stia già facendo) di incominciare a fare delle valutazioni di un certo tipo. Senza andare lontano e facendo un paragone con Dwayne Evans che occupava il suo posto lo scorso anno, sia per cifre che per presenza in campo, il raffronto è impietoso. Fisicamente Evans garantiva sia potenza che atletismo in attacco e soprattutto in difesa e questo gli consentiva di essere a tratti dominante, mascherando la staticità di Bilan, che ha necessità di un certo tipo di giocatori al suo fianco per esprimersi al meglio e al quale non si può chiedere di fare pentole e coperchi. Il buon Justin paragonato a Evans ha le sembianze di un giovanotto alle prime armi, inesperto e senza carattere. Sì, perché se si è onesti sino in fondo, lasciando da parte la diplomazia di circostanza, ciò che emerge al di là dei numeri, è la fragilità sia fisica che psicologica del lungo di Detroit, che in attacco ha una mano molto educata ma al di là del solito gancetto non ha mostrato granché, mentre in difesa viene regolarmente spazzato via dal dirimpettaio di turno e questo fa saltare equilibri e piani. O il giocatore si scuote e dimostra di non essere ciò che sta sembrando o diventa un fattore condizionante in negativo nello sviluppo del lavoro e nella ricerca della quadra. Se si considera che la generosità e il dinamismo di Burnell in qualche maniera fanno sentire meno la partenza di Pierre, va da se che li sotto il problema sia fondamentalmente il sopra citato. È anche vero che tra infortuni e covid il lavoro di “costruzione” è stato interrotto o comunque rallentato, ma la stessa Brindisi rispetto allo scorso anno è sostanzialmente partita da zero a parte la guida tecnica, cambiando molti elementi e non di secondo piano, vedi Banks e John Brown. Due che qualcuno aveva anche accostato alla Dinamo in estate e che alla luce dei fatti sembrerebbero essere proprio il tipo di giocatori mancanti, per caratteristiche, nel puzzle biancoblù. Scelte legittime ci mancherebbe, ma ora va dimostrato sul campo che siano state quelle giuste.

Aldo Gallizzi

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