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Carpinelli: «Cossiga, docente dell’Università di Sassari»

Il rettore ha ricordato il presidente emerito. «È stato l’ultimo dei grandi uomini politici italiani a credere nella capacità di autoriforma del sistema politico»

MattarellaCarpinelli
Il rettore Massimo Carpinelli

Sassari. Giovedì mattina, nell’aula magna dell’Università di Sassari, il rettore Massimo Carpinelli ha ricordato il presidente emerito Francesco Cossiga, scomparso dieci anni fa, ripercorrendone la carriera politica e accademica. Un evento che ha avuto come ospite illustra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, accolto in Ateneo dal rettore, che ha mostrato al Capo dello Stato alcuni documenti conservati nell’archivio storico dell’Università, come il libretto (tutti 30 e 30 e lode), la tesi di laurea e una pagella del Liceo Azuni.

Il Presidente Sergio Mattarella all’Università degli Studi di Sassari,in occasione della cerimonia di commemorazione in occasione del 10° anniversario della morte del Presidente emerito della Repubblica, Sen. Prof. Francesco Cossiga(foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Cossiga dell’Ateneo sassarese è stato studente eccellente e poi professore di Diritto Costituzionale, fino alla nomina come Capo dello Stato a 57 anni, il più giovane nella storia della Repubblica. «Il presidente Cossiga – ha detto Carpinelli – nacque a Sassari il 26 luglio del 1928, in seno a una famiglia colta e benestante. Ma è forse più corretto dire non che egli nacque semplicemente a Sassari: piuttosto, egli fu un vero sassarese, come sanno tutti coloro che ebbero la fortuna di incontrarlo. Mi piace qui ricordare le parole di un altro illustre concittadino, il professor Manlio Brigaglia, che di Cossiga fu amico e anche compagno di scuola: in uno scritto commemorativo affettuoso e vivissimo, composto proprio in occasione della scomparsa del presidente, Brigaglia raccontava come, nonostante la lunga permanenza sul “Continente”, “Cossiga fosse sassarese al cento per cento, con gli umori e l’autoironia che sono proprie del carattere cittadino”».

«Tutti hanno sempre ricordato la vivacissima intelligenza e inclinazione agli studi che Francesco Cossiga mostrò fin dalla prima giovinezza. È ancora Brigaglia che racconta come, quando divenne presidente, “l’archivio del liceo Azuni si popolò di giornalisti, in ammirata compulsione dei suoi voti”. Quello di cui non sempre ci si rende conto nel ripercorrere la vita di Cossiga è la precocità con la quale raggiunse tutti i traguardi», ha proseguito Carpinelli.

Papa Paolo VI lo definì il “giovane più colto e intelligente della sua generazione”. Al liceo Azuni, che ha formato tanti dei protagonisti della scena politica e culturale sarda e nazionale – da Palmiro Togliatti, a Enrico Berlinguer, a Antonio Segni – Cossiga conseguì la maturità, a soli 16 anni. «I suoi studi universitari si svolsero tra le aule del nostro Ateneo e quelle della Cattolica di Milano. Qui a Sassari si laureò, appena ventenne, con una tesi che ricevette la lode e la dignità di stampa, dal titolo “Le immunità nel diritto penale”. Divenne quindi avvocato patrocinante in Cassazione e si dedicò allo studio del diritto costituzionale. Grazie a borse di studio e di perfezionamento riuscì a frequentare l’Istituto di diritto costituzionale italiano e comparato di Roma, sotto la guida di Carlo Esposito e Giuseppe Capograssi, suo maestro, con il quale costruì un rapporto di assidua frequentazione culturale e spirituale. In seguito rientrò a Sassari come assistente volontario alla cattedra di diritto costituzionale della facoltà di giurisprudenza ricoperta dal professor Giuseppe Guarino, cui rimase legato. In quegli anni era rettore Antonio Segni. Come giovane studioso, Francesco Cossiga mostrò immediata e spiccata attenzione per i problemi della sua terra, che affrontò in alcuni saggi dedicati alle competenze regionali in materia creditizia (1952) e alla libertà d’espatrio e d’emigrazione (1953). Come ha acutamente scritto il nostro collega, il professor Omar Chessa, sembra quasi di ravvisare in quei primi scritti, di struttura e respiro ben superiori alla giovane età dell’autore, il primo “servizio” che il giovane Francesco Cossiga pensava di rendere alla comunità, nei limiti delle sue possibilità e dei suoi mezzi del momento. A Sassari Cossiga insegnò diritto costituzionale, storia delle istituzioni giuridiche ed economiche della Sardegna e infine diritto costituzionale regionale. Nel 1974, nominato ministro, si mise in aspettativa dal ruolo», ha detto ancora Carpinelli.

Un tratto interessante è che in Cossiga la profonda fede cattolica si accompagnava a un senso laico e liberale dello Stato quasi da uomo del Risorgimento. Ma la sua figura guida, intellettualmente e politicamente, fu l’umanista inglese cattolico Tommaso Moro (Thomas More), esempio di libertà e coerenza, pronto a dare la vita in nome dei suoi ideali. L’utopia di More, secondo Cossiga, si rivela «come una visione che non prefigura sulla terra una società perfetta edificata dagli uomini, il mito di un progresso inarrestabile e salvifico, la fine della storia»; bensì «l’orizzonte in direzione del quale ogni persona è chiamata a procedere nell’agire quotidiano». A More Cossiga dedicò negli anni molti interventi e scritti, e si adoperò con successo perché l’autore dell’Utopia venisse proclamato da Papa Giovanni Paolo II patrono dei governanti e dei politici.

La carriera politica di Francesco Cossiga fu fulminea. Iscritto alla Dc nel 1945, diventò deputato per la prima volta a trent’anni, nel 1958. Pochi anni più tardi fu il più giovane sottosegretario alla difesa (nel terzo governo Moro 1966-68) e lo fu nuovamente coi governi Leone e Rumor. Già ministro per la Pubblica Amministrazione nel IV governo Moro, divenne ministro dell’Interno nel governo Moro V, nel 1976, e mantenne il dicastero anche nel successivo governo Andreotti. Gli “anni di piombo” furono per lui complicati. «Il tragico rapimento di Aldo Moro aprì in lui una dolorosa riflessione e una ferita personale. All’indomani dell’assassinio di Moro si dimise da ministro dell’Interno assumendosi la piena responsabilità dell’operato delle Forze di Polizia e degli investigatori», ha ricordato il rettore dell’Università di Sassari. Fu poi presidente del Consiglio dal 1979 al 1980. Alle elezioni del 1983 venne eletto al Senato, di cui fu subito presidente al primo scrutinio con 280 voti. Due anni più tardi fu eletto ottavo presidente della Repubblica, al primo scrutinio con 752 voti su 977: era la prima volta che avveniva e lui non aveva ancora 57 anni, ad oggi il più giovane presidente della Repubblica.

«Iniziò il suo mandato ponendo un’attenzione rigorosa alle norme costituzionali e alla prassi di garante e arbitro della contesa tra le parti – ha detto Carpinelli –. Con la caduta del Muro di Berlino, nel novembre 1989, prese slancio la seconda fase della sua presidenza, segnata dalla fine della Guerra Fredda e dalla convinzione che un profondo mutamento del sistema politico italiano era imminente e necessario, come attesta di fatto il suo messaggio alle Camere del 1991. Vorrei citare qui un equilibrato giudizio del professor Chessa, che così si è altra volta espresso sulla fase finale del settennato di Cossiga: “Cossiga è passato alla storia per essere stato il grande picconatore delle istituzioni repubblicane. In realtà, probabilmente, è stato l’ultimo dei grandi uomini politici italiani a credere nella capacità di autoriforma del sistema politico e a nutrire una profonda fiducia nella capacità del popolo italiano di gestire con consapevolezza il proprio destino costituzionale. Cossiga non lasciò l’attività politica neppure dopo il settennato, né rinunciò mai a far sentire la sua voce sui temi che riteneva importanti per il buon funzionamento della vita pubblica: la morte interruppe la sua ultima legislatura quando aveva ormai raggiunto il mezzo secolo di attività politica».

Nel settembre del 1988, il presidente Cossiga indirizzava il consueto messaggio d’augurio per l’inizio dell’anno scolastico. «Le mutate ed accresciute esigenze del mondo del lavoro e della ricerca, lo sviluppo dell’economia e la trasformazione stessa della società, vanno confermando… quanto importante sia, oggi più che mai, assicurare ai giovani una formazione culturale e scientifica effettivamente commisurata alla complessità dei sistemi di produzione, di informazione e di comunicazione propri della nostra era». Solo così, aggiungeva Cossiga, si potrà «mettere ciascuno in grado di interpretare correttamente la nostra realtà sociale e di maturare dentro di sé quella coscienza civica che sola può consentire al cittadino di esercitare consapevolmente e responsabilmente i propri diritti ed i propri doveri». E concludeva sull’indifferibilità «di un’opera attenta e intelligente di adeguamento delle strutture, dei metodi e dei contenuti didattici… nell’era moderna, che è l’era dell’informatica e dell’automazione».

«Francesco Cossiga non poteva essere più legato di quanto lo fu alla sua terra, alla sua città; ma, orgogliosamente e dichiaratamente sardo, si mosse sullo scacchiere della politica nazionale e internazionale da Italiano e da cittadino del mondo, sostenuto nei suoi passi da una cultura ampia e raffinata che certo sdegnava steccati geografici o ideologici – ha ripreso Carpinelli –. Io credo che oggi questo sia l’esempio più alto che ci possa lasciare e che noi dobbiamo farci un dovere di meditare a fondo. Dobbiamo rifiutare la frantumazione in tante piccole isole identitarie, che ci lascia tutti più isolati e più poveri. Dobbiamo coltivare le nostre menti e le nostre coscienze, per capire il mondo in cui ci troviamo a vivere e renderlo un posto più accogliente per tutti. Come scrisse Thomas More, tanto giustamente caro a Francesco Cossiga, la scuola e la cultura saranno il cavallo di Troia che distruggerà la cittadella dell’ignoranza».

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