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Il centrosinistra sassarese riparte dal Pd

Mariano Brianda intanto raccoglie i suoi sostenitori e lancia un laboratorio di discussione. Non andrà in Consiglio comunale

Mariano Brianda

Sassari. Lunedì pomeriggio di analisi per il centrosinistra sconfitto alle elezioni comunali di giugno. Con i nodi che vengono al pettine dopo alcuni giorni di silenzio, necessari per smaltire la delusione. Se da un lato il Pd ha riunito le direzioni cittadina e provinciale per discutere cosa è accaduto il 16 e il 30 giugno, dall’altro Mariano Brianda, il candidato che ha perso il confronto diretto con Nanni Campus, ha chiamato a raccolta i suoi nella sala della parrocchia di San Paolo, luogo simbolo per lui, dove è di casa da sempre.

Un elemento va messo subito in evidenza. Sassari non è rimasta immune dal vento di destra che sta attraversando tutta l’Italia. Un vento impetuoso, che è davvero complicato contrastare. Come ha dichiarato nei giorni scorsi all’agenzia AdnKronos il deputato del Pd Gavino Manca, a Sassari però non ha vinto la Lega, ancora inesistente come radicamento. L’area progressista e di sinistra è invece ancora molto forte, tanto che alle recentissime Europee il Pd ha sfiorato quasi il 28 per cento, superando M5s e Lega. Ma anche alle successive comunali il Partito Democratico e le liste della coalizione non hanno registrato un crollo verticale, mantenendo un più che rassicurante 34 per cento. La città di Berlinguer insomma, ha detto Gavino Manca, non ha fatto la fine di Ferrara, dove ha vinto il candidato della Lega, segnando un risultato shock per la sinistra.

A Sassari ha infatti vinto il Progetto Civico di Nanni Campus, che, è stato sottolineato da qualche cronista in questi giorni, ha compiuto davvero un capolavoro, mettendo insieme destra, centro e anche pezzi di sinistra, senza ricorrere ai partiti, ma costruendo delle liste civiche. Strategia che in realtà anche il centrosinistra vincente degli ultimi anni aveva adottato: accanto ad un Pd che non superava il 30 per cento venivano proposte liste civiche che raccoglievano a piene mani anche da settori della città non proprio di sinistra.

Ma torniamo a Mariano Brianda. Lunedì pomeriggio ha spiegato ai suoi sostenitori che il Pd non lo ha supportato quanto avrebbe dovuto. «La mia candidatura è stata inadeguata, sbagliata. Lo dimostrano i numeri: alle regionali Zedda a Sassari ha preso duemila voti più di me, avrebbe funzionato meglio del sottoscritto. E anche il progetto, partito in ritardo, è stato nebuloso, difficile da comprendere», ha detto Brianda (come riportato oggi sulla Nuova Sardegna da Vincenzo Garofalo in un articolo-resoconto da leggere). E il Pd è un partito burocratizzato, slegato dalla città. I big non lo hanno aiutato. In effetti, Spissu, Lai e Ganau non si sono fatti vedere in giro con Brianda, a parte la presenza di Ganau all’ultimo evento pubblico in piazza Tola. Accuse forse un po’ gratuite, che da un lato centrano il segno, dall’altro invece non tengono conto di un fattore importantissimo. La sconfitta a queste elezioni era stata data per scontata già lo scorso anno, dopo le politiche. In quella tornata elettorale il M5s aveva toccato in città punte del 43 per cento. I candidati a Camera e Senato, Lai e Ganau, erano arrivati solo terzi dietro il M5s e il centrodestra. Come poter credere allora a un ribaltamento dei numeri così veloce? Eppure, proprio la candidatura di Mariano Brianda aveva acceso le speranze. Un volto nuovo, anche se non giovanissimo anagraficamente, ma distante dai giochi partitici che hanno minato la credibilità del Pd in cinque anni di Giunta Sanna. E proprio Nicola Sanna aveva puntato il dito contro il Pd all’indomani della sconfitta di Brianda al ballottaggio. Una stagione di contrapposizioni tra il Partito Democratico e Nicola Sanna, con clamorosi errori da entrambe le parti, soprattutto sul piano della percezione che i cittadini hanno avuto. Insomma, al fianco di Brianda, in campagna elettorale, non potevano andare a braccetto né l’ex sindaco né i cosiddetti “big” del partito. Perché Brianda doveva apparire come il nuovo, salvo contraddirsi lui stesso quando diceva che a sostenerlo c’erano i partiti, quelli previsti dalla Costituzione. E poi l’autocritica (come riporta Franco Ferrandu sull’Unione Sarda di oggi, in un articolo anche questo da leggere) di Brianda: “scelta sbagliata” nella candidatura,  “difetto di immagine” ma anche poco tempo per affermarsi all’attenzione della città, con un progetto rimasto nebuloso.

Contro il ciclone Nanni Campus ben poco però poteva essere fatto. Il Professore era partito due anni fa, per poi dare una accelerata negli ultimi sei mesi inserendosi nel vuoto lasciato dalle forze politiche esistenti. Un risultato, il suo, che in futuro potrà essere meglio analizzato. Una macchina da guerra elettorale, che porta adesso tutta una serie di incognite, dall’inesperienza degli eletti alla capacità della Giunta che sta per nascere di incidere realmente sul tessuto socioeconomico della città, nei settori (e quelli importanti e cruciali sono in capo alla Regione e non al Comune, non dimentichiamolo) di sua competenza. Un sindaco che ha vinto con appena 24 mila voti, va ricordato, su un totale (potenziale) di 104 mila aventi diritto al voto. Per Brianda sarebbe stata la stessa cosa, anzi, con numeri ancora più bassi se si fosse imposto mantenendo il livello del primo turno (che ha in effetti avuto), quasi 20 mila voti.

Ma adesso il patrimonio di credibilità e di seguito che Brianda ha raccolto in campagna elettorale che fine farà? L’idea è dare vita a un centro di riflessione democratica per ricompattare la sinistra. In contrapposizione al Pd? No, perché al di là delle parole non avrebbe senso. Un Pd rinnovato rappresenta lo zoccolo attorno al quale ricostruire il centrosinistra a Sassari, città che nel suo dna ha proprio questa matrice, soprattutto nella classe dirigente. Ma non dovrà ostacolare il nuovo progetto. Ci vorrà pazienza, anche tempo.

Brianda in Consiglio comunale? No, innanzitutto perché ha perso, ma anche perché chiedere agli altri di farsi da parte andando al Comune dopo la sconfitta non avrebbe senso. E poi, qualcuno potrebbe fare notare, si siederebbe al fianco di reali portatori di voti. Perché la considerazione finale rimane questa: Brianda non ha portato nessun valore aggiunto al centrosinistra in città, pur presentandosi come candidato esterno alla nomenclatura dem. Oltre al Pd insomma serve altro al centrosinistra. Cosa? Qualcosa al centro e qualcosa a sinistra, con soggetti distinti che alla fine possano convergere su un programma condiviso, per esempio. E bisogna sbrigarsi a chiarire le idee. L’anno prossimo con tutta probabilità torneranno le province elettive. Quello sarà un vero banco di prova.

Lu.Fo.

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