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A Fertilia un museo sulla storia della comunità giuliano-dalmata

L’esule istriana Egea Haffner ha posato la prima pietra nel terreno delle ex officine Egas. Il sostegno della Regione

Cagliari. «La Regione ha accolto con favore il progetto della cooperativa sociale ‘Solomare’, individuando nel museo etnografico un importante contributo verso la verità storica sulle vicende che hanno riguardato il confine orientale italiano nella seconda metà degli anni ’40». Lo ha detto sabato l’assessore regionale degli Enti locali, Quirico Sanna, in occasione della posa della prima pietra del “Museo Egea”, nel terreno delle ex officine Egas di Fertilia.

A compiere il gesto simbolico l’esule istriana Egea Haffner, ospite del convegno “Una luce sulla memoria” nel Parco di Porto Conte ad Alghero, durante il quale è stato presentato il progetto del museo di Fertilia. Egea, nata a Pola e figlia di un infoibato, insignito con la medaglia commemorativa del Sacrificio offerto alla Patria dal presidente della Repubblica Ciampi, è diventata un simbolo dell’esodo giuliano-dalmata per la foto dove è ritratta da bambina con la valigia e la scritta “esule giuliana n. 30001”.

Il Museo, costruito in un bene messo a disposizione dalla Regione, sarà terminato per settembre e, attraverso un percorso multimediale ricco di documenti e testimonianze, farà conoscere la storia della “città di fondazione” di Fertilia e dell’esodo.

«Potrà diventare un punto di riferimento per la comunità giuliano-dalmata che si è stabilita nella frazione di Alghero – ha aggiunto l’assessore Sanna –. Ma sarà anche meta di scolaresche che così potranno conoscere, attraverso un’ampia documentazione, una pagina dolorosa di storia nazionale, caratterizzata dalle migliaia di vittime delle foibe e dall’esodo di oltre 350 mila italiani dalle terre di Istria, Fiume e Dalmazia. Un monito alle giovani generazioni contro la cultura dell’odio, che ha contribuito per decenni ad occultare la verità».

«Una bella storia di accoglienza che ormai è patrimonio di tutta l’Isola, diversamente da altre regioni dove il fanatismo ideologico impedì ai profughi di stabilirsi dopo essere stati cacciati dalle proprie case e privati dei loro beni dal regime jugoslavo del maresciallo Tito», ha concluso l’esponente della Giunta Solinas.

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