Sassari

Primavera dell’Università, il discorso del rettore Massimo Carpinelli

Lunedì scorso anche l’Università di Sassari ha aderito alla manifestazione indetta in tutti gli atenei dalla Conferenza dei Rettori delle Università italiane (CRUI)

 

 

RettoreCarpinelli
Il rettore Massimo Carpinelli

Sassari. Lunedì scorso anche l’Università di Sassari ha aderito alla “Primavera dell’Università”, manifestazione indetta in tutti gli atenei dalla Conferenza dei Rettori delle Università italiane (CRUI). Questo l’intervento del rettore Massimo Carpinelli, intervenuto alla cerimonia che si è svolta nell’Aula Magna

 

 

Cari amici, cari colleghi,

Buongiorno. Benvenuti a tutti voi, e buon inizio di primavera.

Non mi dilungherò per non togliere spazio agli interventi che seguiranno: posso intanto dire che sono molto contento di vedervi qui è un segno importante della coesione della comunità accademica.

Oggi è una triste giornata per l’Italia e per l’Università: sette ragazze, sette studentesse italiane sono tragicamente scomparse proprio nel fiore della loro gioventù e del loro percorso di studi.

AnnoAccademia2015Inaugurazione3Erano in Spagna per l’Erasmus, spinte dalla curiosità per il mondo, dal desiderio di imparare e conoscere, come migliaia di loro coetanei, italiani ed europei. Le loro vite spezzate ci scuotono nel profondo; il nostro pensiero corre ad altri studenti, altri ragazzi crudelmente straziati e uccisi proprio negli angoli di mondo che avevano scelto di studiare e conoscere, Valeria Solesin, Giulio Regeni. Magari siamo anche afferrati dal dubbio se non sarebbe meglio tenerli a casa, questi nostri figli, per proteggerli dai pericoli a cui li espone la voglia di conoscere, la voglia di vivere. Ebbene, io credo che invece l’unico modo degno di onorare la memoria dei nostri studenti sia quello di abbattere le barriere, di rifiutare la tentazione della paura, della chiusura, del restringimento degli orizzonti. Ricordiamoci sempre che l’Italia ha la più bassa percentuale di laureati del mondo occidentale: un primato vergognoso la cui responsabilità ricade interamente su chi controlla e governa l’Università. Mentre la cronaca e l’esperienza (mio figlio è andato in Erasmus, con grande felicità sua e mia) ci rimandano l’immagine di un universo giovanile e studentesco che chiede solo di essere messo nelle condizioni di imparare, di studiare.

Ce ne rendiamo conto solo nel momento della tragedia, ma i nostri studenti sono già ovunque: impavidi, carichi di speranze, desiderosi di imparare. Il nostro compito è quello di aiutarli e sostenerli lavorando per loro e con loro e restituendo finalmente dignità al loro lavoro, alla loro sete di conoscenza e alla nostra Istituzione: l’Università.

Voi sapete che questa iniziativa della “Primavera dell’Università” è promossa dalla Conferenza dei Rettori e si svolge oggi in tutti gli atenei d’Italia.

Non voglio stendere un diplomatico silenzio sulle critiche che la comunità accademica spesso rivolge alla Crui: di debolezza, ambiguità, non incisività presso gli organi di governo. Critiche a volte forse anche fondate, ma riferite a un passato che con oggi si chiude e per sempre.

Oggi vogliamo dare un segnale pubblico e forte delle condizioni di estremo disagio in cui versa l’Università italiana in tutte le sue componenti. Vogliamo che questa giornata serva da fermo richiamo agli organi di governo, da troppo tempo incuranti o apertamente ostili alla libera ricerca, all’indipendenza di giudizio, all’incentivazione del merito che sono i valori fondanti dell’Università.

Voglio ripercorrere con voi alcuni fatti, alcuni dati ben noti a chi lavora nell’Università ma di speciale rilievo in questa occasione:

In primo luogo l’istruzione universitaria crea individui più liberi e più forti. La laurea aumenta la possibilità di trovare occupazione e consente di guadagnare di più. Fatto 100 lo stipendio di un diplomato, quello di un laureato è pari a 143. Un tasso di disoccupazione pari al 30% per i diplomati, scende al 17,7% per il laureati.

La presenza di un’università genera territori più ricchi. Attraverso trasferimenti di tecnologia, contaminazione di conoscenza, divulgazione, sanità e servizi per i cittadini, posti di lavoro diretti e indiretti, consumi dei residenti temporanei, miglior qualità della vita culturale. 1 euro investito nell’università frutta almeno 1 euro al territorio. Non dobbiamo mai dimenticarlo: soprattutto in territori come il nostro, particolarmente fragili ai colpi della crisi economica.

Grazie all’università il paese è più innovativo e competitivo. Nonostante crisi e sottofinanziamento l’Italia si colloca all’8° posto tra i paesi OCSE e davanti alla Cina per quantità assoluta e qualità della produzione scientifica.

E allora perché, nonostante questo quadro e nonostante il dettato costituzionale, lo Stato mortifica e umilia l’Università in tutte le sue componenti? Perché ha tagliato di fatto le borse di studio, già esigue, impedendo agli studenti migliori, se privi di mezzi, di raggiungere il titolo di laurea? Perché il contratto del personale tecnico è fermo al 2009? Perché la sola categoria dei docenti universitari ha subito per 5 anni il blocco degli scatti senza alcun tipo di risarcimento? Perché la tanto sbandierata austerity si è applicata in realtà solo al comparto dell’Università, dove l’investimento pubblico è crollato del 10% negli ultimi anni?

Oggi poi assistiamo a un altro, più insidioso ma non meno letale attacco all’Università pubblica: la creazione “improvvisamente” di un enorme, nuovo centro di ricerca: lo Human Technopole che sorgerà nell’area dell’Expo. HT nasce “improvvisamente” secondo modalità che verrebbero aborrite da qualunque scienziato serio: nessuno di noi allestirebbe un esperimento di queste proporzioni senza prepararlo con cura. Uno scienziato minimamente qualificato studierebbe prima la teoria, i bisogni della domanda a cui rispondere, stenderebbe un piano dopo averlo discusso almeno all’interno del laboratorio, lo cambierebbe un po’ di volte, svilupperebbe un protocollo, e farebbe una previsione di ricadute.

L’Italia non può abbandonarsi all’improvvisazione.

E non possiamo rinunciare alla libertà delle idee da mettere in competizione presso la fonte delle risorse pubbliche. Per come è concepito ora HT è l’antitesi di tutto ciò.

Si tratterà di un polo di ricerca finanziato sontuosamente: riceve un miliardo e mezzo di euro, ovvero una cifra quindici volte superiore al finanziamento di tutta la ricerca universitaria italiana (Prin). Ma mentre i progetti di ricerca universitari, come ben sappiamo, devono affrontare una selezione rigorosissima e indipendente, tutti i dirigenti del nuovo organismo sono stati nominati al di fuori di ogni criterio di trasparenza e partecipazione della comunità scientifica: è l’ennesima umiliazione nei confronti dell’Università, stremata da anni di tagli lineari, cronicamente sottofinanziata, eppure straordinariamente fervida, viva, produttiva.

In cambio, il nuovo centro accenderà qualche centinaio di posti di ricercatore: come dire, un’offa agli affamati.

Ma noi dobbiamo dire e diciamo no a iniziative come queste: iniziative che barattano la libertà di ricerca di tutti noi con generose quanto interessate elargizioni riservate agli amici e agli obbedienti.

E allora, davanti a questo quadro che non esito a definire drammatico, la prima cosa da conservare o da riconquistare è la coesione; e con la coesione l’orgoglio della nostra appartenenza. Siamo parte di un’istituzione che può vantare non solo una tradizione lunghissima e luminosa, ma un presente di competitività e innovazione scientifica ai massimi livelli. Non abbiamo bisogno di mance; non abbiamo bisogno (dio ce ne scampi) dell’ennesima riforma; abbiamo bisogno di ascolto, rispetto, finanziamenti adeguati, per continuare a fare quello che facciamo e abbiamo sempre fatto benissimo: ricerca, formazione, innovazione.

Formiamo i migliori studenti, che poi se ne vanno altrove per mancanza di sbocchi: questa deriva deve finire!

La primavera è la stagione della rinascita, del risveglio; è una fioritura che è promessa di frutti. Con oggi rinasce l’Università: è finito l’inverno del nostro scontento.

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