Per Turandot solo applausi

Una bella versione dell’opera pucciniana inaugura al Teatro Comunale di Sassari la stagione lirica 2017 dell’Ente Concerti Marialisa De Carolis

TurandotIattoSassari. Applausi, tutto esaurito e pubblico soddisfatto. La stagione lirica 2017 dell’Ente Concerti Marialisa De Carolis parte nel migliore dei modi. Una “Turandot” da antologia, per la quale è lecito fare ricorso a una parola precisa: bella. E sì, il nuovo direttore artistico Stefano Garau ha compiuto una scelta azzeccata. Coniugare le aspettative del pubblico con la tradizione del belcanto italiano, lontano dagli eccessi del “regietheater” degli allestimenti contemporanei. C’è ancora qualcosa da limare sul versante delle voci, ma sicuramente sul piano visivo venerdì sera (la replica sarà domenica alle 16,30) c’è stato davvero da rifarsi gli occhi. Merito del regista Filippo Tonon, che ha dato il giusto taglio non solo alla scenografia e alle luci, ma anche ai movimenti sul palcoscenico. Masse che si muovevano o che proponevano quadri di grande effetto, dove la prospettiva e le linee geometriche esaltavano i personaggi portati al centro della scena. E i due livelli del racconto. I grandi, il potere, in alto, con l’imperatore sulla sommità di una grande scalinata; il popolo, i vinti, in basso. E i cubi che si muovevano rendendo una prospettiva profonda e su piani differenti. Poi i colori, tanti.

TurandotNessunDorma

Walter Fraccaro canta “Nessun dorma”

“Al tempo delle favole”. È questo il periodo storico in cui Giacomo Puccini ambientò la sua “Turandot” (su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni), ultima opera, non finita, perché la malattia prevalse sul fisico debilitato del grande compositore, spentosi in una clinica di Bruxelles nel 1924. A completare quella partitura fu chiamato il collega Franco Alfano, che concluse il lavoro, su input dell’immenso Arturo Toscanini, che diresse nel 1926 la prima alla Scala, sospendendo l’esecuzione per ricordare il punto nel quale Puccini interruppe la composizione. Esiste un altro finale musicale, ideato da Luciano Berio qualche decennio più tardi, diverso nello stile, mentre Alfano con il maestro di Lucca aveva un rapporto artistico consolidato. Ma è il senso dell’incompiuto, nella visione michelangiolesca, a pervadere la Turandot. Un’incompiutezza, se vogliamo, voluta. Perché è difficile, anche complicato, trasformare un personaggio così freddo e cattivo come Turandot in una donna conquistata dall’amore. E infatti il finale dell’opera sembra andare troppo veloce. Una sensazione, perché il senso dell’incompiuto accelera ma non chiude.

TurandotIIIattoE allora l’incertezza che pervade tutta l’opera diventa granitica consapevolezza dei propri ruoli. Calàf, destinato al sacrificio, ma che sa di poter vincere. Liù, la schiava segretamente innamorata di Calàf, consapevole che non avrà futuro e muore nelle ultime scene. L’imperatore, ieratico al massimo livello, anche lui prigioniero del proprio ruolo. E Turandot, “principessa altera”, che invece spezza la catena e si libera spazzando la glaciale crosta che la rinchiudeva.

Opera complicata la “Turandot”. Soprattutto sul piano musicale. Una Cina, che potrebbe essere anche Persia, sicuramente un luogo dell’Asia, che Puccini si trovò ad inventare di sana pianta. Con grande risultato. Un’atmosfera sonora davvero riuscita, che rende al meglio l’ambientazione orientale. Tanto da fare scuola, soprattutto in ambito cinematografico. Il direttore Francesco Ivan Ciampa riesce a trasmettere bene il colore delle note, assecondato da un’Orchestra dell’Ente Concerti che nel complesso ha convinto, a parte alcuni passaggi soprattutto nel secondo atto, in cui si è notato un leggero scollamento con le voci. Applausi anche per il cast. Bis doveroso (e giustamente anche cercato) per il tenore Walter Fraccaro, che ha proposto un “Nessun dorma” in versione classica. Meno convincente invece il soprano Rebeka Lokar, che ha interpretato una Turandot forse troppo glaciale e con una voce potente e sicura ma che a tratti sembrava cadere, in particolare nel secondo atto, per poi riprendersi nel terzo. Benissimo la giovane Elisa Balbo, una Liù appassionata e dal suono limpido e sicuro, che ha subito conquistato il pubblico. Applausi anche per il Timur del basso macedone Vladimir Sazdovski e per i tre dignitari Ping (Enrico Marrucci), Pang (Manuel Pierattelli), e Pong (Cosimo Vassallo). Bene i sardi Enrico Zara (l’Imperatore Altoum) e Nicola Ebau (un Mandarino) e le ancelle di Turandot, Veronica Abozzi e Maria Ladu.

Bella presenza scenica per il Coro dell’Ente Concerti, diretto con maestria da Antonio Costa, e grande apprezzamento per il Coro di voci bianche “Le note colorate”, dell’Associazione musicale Rossini, istruito da Claudia Dolce. I costumi, altrettanto riusciti, sono di Cristina Aceti.

Turandot, come detto, torna domenica pomeriggio al Teatro Comunale alle 16,30, per l’unica replica prevista, ancora da tutto esaurito, come per la “prima” di venerdì.

Luca Foddai

 

Il servizio di Adriano Porqueddu per Canale 12