Sesuja

La Sardegna e la lezione catalana

Tutti i limiti del progetto indipendentista alla luce delle recenti elezioni. Uno Stato sardo che abbia come centro la Regione sarebbe già un’idea molto catalanista, molto giacobina e molto modellata sul costituzionalismo italiano. L’analisi di Michele Pinna per Sesuja

 

 

di Michele Pinna

 

ArturMas
Il presidente della Catalogna Artur Mas

Sui risultati catalani non esulto. Mi limito a fare qualche riflessione per molti, sicuramente, politicamente scorretta.

La prima: non avrei esultato neanche dinanzi a risultati elettorali superiori ma neanche dinanzi ad una proclamazione d’indipendenza. Non avrei esultato perchè l’indipendentismo catalano è, a mio modo di vedere, un indipendentismo giacobino. Un indipendentismo, cioè, la cui idea dello Stato affonda le proprie radici nello stesso humus che ha visto nascere lo Stato moderno spagnolo. Uno Stato che ha fatto tacere le voci e i fermenti culturali politici e identitari che erano alla base delle antiche cortes aragonesi e castigliane, ma di tutta la tradizione medioevale iberica.

Le cortes, per chi non lo sapesse – e che molti, erroneamente, hanno voluto paragonare ai parlamenti, affermatisi in Spagna e nei suoi domini, con l’avvento delle monarchie nazionali – erano delle istituzioni rappresentative costruite su base comunitaria. Tante, diverse comunità, in se stesse sovrane e compiute. Le cortes, per la loro natura, erano antitetiche ai parlamenti e confliggevano con l’istituto parlamentare, proprio perché questo era centralistico e verticistico, emanazione diretta della sovranità reggia voluto dalle dinastie catalano-aragonesi e castigliane alla nascita della nuova monarchia nazionale. È scientificamente infondata e politicamente ingannevole quella storiografia che vede la derivazione dei parlamenti dalle cortes. Le prime sono, infatti, di natura popolare, partecipativa, consuetudinaria, autenticamente democratiche, pur nei limiti che la parola “democrazia” poteva avere nel medioevo. L’Istituto parlamentare era, al contrario, una diretta emanazione del re ed i suoi membri erano cooptati dal sovrano. Si tratta dello stesso impianto che da vita, sia in Spagna, sia in Francia, ma in tutta Europa, all’assolutismo moderno, anche di quello più illuminato e riformista; e non di meno, mutatis mutandis, alle repubbliche giacobine esportate dalla Francia, Italia compresa, dal regime napoleonico. A colpi d’ascia (ma potrei redigere anche una copiosa bibliografia sull’argomento) non ho difficoltà a sostenere che il gesto statuale dell’indipendentismo catalano odierno non è meno centralistico e meno accentratore dello Stato dai cui vorrebbe rendersi indipendente. Tuttavia chi vivrà vedrà.

La malattia, sia gli spagnoli centralisti, sia i catalani indipendentisti ce l’hanno nel loro DNA politico istituzionale. Ed io, francamente, di quella malattia, ne ho terrore. Nelle sue sue manifestazioni epidemiologiche l’abbiamo conosciuta in epoche diverse con cacciate, espulsioni, interdizioni, inquisizioni, roghi, purezze di sangue, monolitismi religiosi, dall’epoca delle nascenti monarchie nazionali, fino al franchismo. In Europa, dopo i vari fascismi, nazismi, socialismi cosiddetti “reali” ma molto irreali, di cui tutti abbiamo letto e sentito parlare, non vorrei che si abbattesse una nuova sciagura: quella dell’indipendentismo al potere.

BandieraIndipCatalana
La Estelada blava, bandiera indipendentista catalana

Certo indipendentismo sardo che inneggia, a parer mio molto irrazionalmente, per ogni accadimento catalano, dalle questioni linguistiche a quelle, per l’appunto, degli assetti istituzionali, mi spaventa per il suo irrazionalismo e nondimeno mi fa tenerezza per la sua impotenza ad esistere che si trasforma in sublimazione mistica. C’è un fiorire di mistiche indipendentiste-catalaniste, ogni giorno ne viene fuori una, come i cori polifonici e i gruppi folk.

Tutti gli indipendentisti dichiarano che vogliono essere indipendenti dall’Italia e va bene. Però nessuno ci dice come, magari a volo d’uccello, a parte le generiche dichiarazioni di pacifismo, di resistenzialismo alla Gandhi, di riformismo, finalizzato prima all’indipendenza economica e poi a quella politica, etc. etc; insomma una serie di piccoli dogmi, di rozzi schematismi stracciati di qua e di là, un po’ veteromarxisti, un po’ keynesiani, un po’ veteroliberisti, un po’ di tutto e alla fine un po’ di nulla e, in fin dei conti, in tutto questo crogiolo di sciocchezze non ci sono neanche ragioni serie per un perché. Anzi, c’è una catena di lunghi perché: perché l’Italia non ci dà questo, perché l’Italia non ci dà quello. Dunque se l’Italia ci desse, ci desse e ci desse, noi sardi non avremmo più necessità dell’indipendenza. L’indipendenza dunque si trasforma in minaccia: me ne vado perché non ottengo. L’indipendenza, nella maggior parte dei casi, non viene vista come una naturale vocazione dello spirito, come una naturale propensione culturale del popolo sardo ad essere una nazione (inviterei a leggere il recente saggio in proposito scritto da Attilio Mastino), ad essere, senza ma e senza però, un popolo che, compiuto nella sua sostanza aspira sovranamente ad una sua forma statuale. Compiutezza che gli dà un diritto naturale, l’unico, ad esistere nella sua individualità e specialità come popolo, come nazione e come Stato, pur nel bisogno di necessaria fratellanza con altri popoli, liberamente scelti per stipulare con essi patti e rapporti dentro le stesse degnità della libertà e del diritto. Compiutezza da cui i sardi sono molto lontani ma non di meno le avanguardie cosiddette indipendentiste. Ad una mancata compiutezza dello spirito, purtroppo sempre più aggredito dai richiami del basso ventre che l’assistenzialismo e il consumismo hanno amplificato, ed in assenza di soldo pubblico che le rende spesso credibili, si cerca di sopperire con parole roboanti, altisonanti, rabbiose, massimaliste che non si riesce neanche a collocare in un alveo comune, fino a scivolare nello scontro nominalista, nel purismo sistemico, nelle divisioni sul nulla. Tutto questo, altro non è che l’ennesima sublimazione dell’impotenza ad esistere. È l’impotenza che si determina nell’incompiutezza culturale-spirituale del sapersi membri di una nazione, di una patria, se pur piccola, dove è difficile viverci ma che comunque amiamo. Dove la mancanza di compiutezza culturale porta a forme di settarismo delirante e di radicalismo isolazionista.

Solo i Rosso Mori, qualche Psd’Azista dentro e fuori dal Psd’Az., con il cervello a posto, e il Partito dei Sardi, riescono ad andare oltre i piagnistei servili, rivendicazionisti e bieccamente economicisti del coro indipendentista.

Tra questi il Partito dei Sardi dichiara di voler fare lo Stato sardo: vuole costruirlo partendo dagli esempi di buona amministrazione, con scelte pragmatiche di governo, con buone pratiche di vita morale. In nome di questo chiede consensi, e auspica una forte crescita elettorale che possa incidere sulle politiche di governo regionale. Lancia un appello alle altre forze indipendentiste, di centro e di sinistra, per la costruzione di un progetto e di un processo unitario verso una statualità sarda, indipendente e sovrana. Più che lineare e più che legittimo. Si potrebbe dire: indipendentisticamente corretto.

Neanche il Partito dei Sardi ci dice, però, o a me sfugge, che tipo di Stato vuole fare. Forse è prematuro? Possibile.

Da qui la seconda riflessione. Sul versante della statualità, una riflessione più serrata e più profonda anche il Partito dei Sardi, ma anche i Rosso Mori e il Psd’Az. Credo che la debbano fare. L’idea di uno Stato che abbia come centro la Regione, per esempio, sarebbe già un’idea molto catalanista e molto giacobina, e visto che siamo in Italia, molto modellata sul costituzionalismo italiano.

Un costituzionalismo centralistra e verticistico, figlio dello Statuto albertino e figlio del costituzionalismo napoleonico, cugino dello statalismo iberico. Lo si è detto tante volte.

Ciò che però si nota con rammarico è che, in Sardegna, anche per la riorganizzazione del sistema amministrativo territoriale, (e qui la questione non riguarda solo gli indipendentisti) dopo l’abolizione delle province e la ridefinizione dei ruoli di quelle che restano, non si riesce ad andare oltre un modello organizzativo centralistico di tipo italianista fondato esclusivamente sui due poli urbani, Sassari-Cagliari (merita un riconoscimento la bocciatura da parte dell’ANCI della riforma proposta dalla Regione ma inviterei a leggere anche l’intervento di Guido Melis al Forum promosso dall’ISPROM) e non si riesca a costruire un modello reticolare locale che valorizzi le periferie, i piccoli centri, la ruralità, le aree storiche, le aree accomunate da vocazioni produttive, da vocazioni geomorfologiche e paesaggistiche, per dare vita a nuovi patti territoriali fondati non su calcoli di potere o su numeri elettoralistici ma sui valori culturali, su diversità che, anziché confliggere possano interagire e fare sinergia. Un nuovo modello amministrativo che potrebbe prefigurare nuovi modelli di sviluppo, nuove economie, nuovi modi di essere e di stare insieme.

Lo sguardo della politica sarda, purtroppo, resta sempre uno sguardo dislocato. Ciò che manca all’occhio sardo della politica è una nuova capacità di percepire se stessa partendo dai luoghi, dalla lingua/e, dai territori, dai sentimenti comuni, dalle storie grandi e piccole; tutto ciò costituiva, invece, quegli spazi di democrazia e di federalismo originario interno, che, nella Spagna medioevale pre moderna avevano dato vita alle cortes e, in Sardegna, all’amministrazione giudicale, che tanto avevano ispirato il grande assertore del federalismo sardo, dell’Ottocento, Giovanni Battista Tuveri. Non era Cattaneo il suo mentore, non erano la Svizzera o l’America i suoi modelli ma il comunitarismo delle cortes aragonesi e l’organizzazione amministrativa giudicale che ben si addicevano alla molteplicità e alla ricchezza delle diversità che costituivano e tuttora costituiscono la Sardegna, nell’orizzonte di una sua statualità indipendente, ma insieme educata a convivere nella diversità e nelle differenze con altre statualità; possano esse chiamarsi anche Regioni: mediterranee, italiane, europee.

Se l’indipendentismo sardo, perciò, continua ad avere come modello quello statalistico italiano e quello statalistico iberico, forse è meglio lasciar perdere. Che una Regione, pur indipendente, pur sovrana, voglia prendere il posto di uno Stato accentratore e verticistico e che voglia chiamarsi pure Stato sardo, ad un indipendentismo cui sta a cuore oltre la forma, anche la democrazia e la partecipazione che viene dal basso, vera sostanza di tutto, uno Stato sardo cosi impiantato, non può interessare certamente. Sarebbe come cadere dalla padella alle brace. Tutto sommato ci si potrebbe accontentare di lavorare per un regionalismo differenziato, meno radicale e meno pretenzioso nelle parole, ma concreto nei fatti, che potrebbe essere più incisivo nella contrattazione con lo Stato, di quanto non lo sia una sterile e ideologica enunciazione di astratte forme di statualità pur indipendentiste ma affatto indipendenti. Il grande contributo che tutti potremmo dare dovrebbe risiedere nell’individuazione dei contenuti giusti di ciò che potrebbe, davvero, fare differenza, affinché la Sardegna viva e prosperi. Perché di questo si tratta, hic et nunc. Nell’auspicio che, in tale direzione, si possano incontrare altri terreni di convergenza culturale e politica: sulla battaglia linguistica, per esempio, sui nuovi assetti da dare all’amministrazione territoriale, sulla sperimentazione di nuovi terreni di partecipazione democratica per il governo della cosa pubblica, fino alla riscrittura di un nuovo Statuto che, indipendentismo o meno, a seguito delle nuove e prossime riforme costituzionali dovrà essere comunque riscritto. Certo, mi auguro che tutti i sardi vogliano un nuovo Statuto di vera sovranità, di veri poteri decisionali per il Parlamento dei sardi, di vera autodeterminazione, manco a dirlo. Però, per fare tutto ciò, si ha bisogno di ampie intese, di ampie convergenze, di grandi momenti partecipativi, di forti consensi elettorali provenienti dal popolo sardo, d’intesa e di benevolenza tra le classi dirigenti sarde. Non di veleni, di pozzi e di fiumi avvelenati.

Quello che è accaduto domenica scorsa in Catalogna risponde a logiche molto diverse da quelle che attualmente guidano la politica sarda. Queste logiche, tutte sarde (altro che italiane o altro), non dico che dovrebbero, però, potrebbero anche cambiare e guardare altrove. Lo devono capire gli indipendentisti e lo devono volere, se lo volessero, anche coloro che indipendentisti non sono. Le strade del “no a prescindere” certo non portano lontano, qualche passo avanti, invece, si potrebbe fare ponendosi magari la domanda “ma perché no?”.

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